il viaggio verso i miei figli

Il viaggio verso i miei figli è iniziato con questo quadro.

L’ho realizzato nel 2006,

quando ho capito che quello di un figlio poteva rimanere un sogno,

per sempre.

Siamo partiti per una piccola vacanza con degli amici, in Veneto,

con questo peso sul cuore.

Treviso, Verona, Venezia.

Tutto cristallizzato in questa immagine dipinta.

Eravamo ancora pieni di speranza.

Non potevamo immaginare quanto sarebbe stato lungo il nostro percorso,

né tutto ciò che ci aspettava.

Quei mesi, tutti uguali, che non portavano a nessuna gravidanza.

Gli esami, di ogni genere, estenuanti.

E poi, i tentativi di fecondazione assistita, prima all’estero,

dove ci sembravano più all’avanguardia,

poi in Italia, a Roma.

Otto lunghi tunnel di attese, illusioni, ormoni.

Otto volte sospesa ad aspettare l’esito.

A tenere stretti quei piccoli semi di noi, dentro di me.

A stare attenta ad ogni movimento, ad ogni cosa.

A contare i giorni e le punture e le pillole.

Otto fallimenti, conclusi con due aborti spontanei.

Senza neanche il tempo di iniziare a crederci.

O forse si.

Il nodo alla gola, solo a vederli i bambini.

Sei anni passati così, mentre tutti si affannavano a dirci di lasciar perdere,

ma erano anche gli stessi che al primo intoppo sul loro percorso, perdevano la bussola.

È troppo grande il desiderio di un figlio, troppo naturale,

per lasciarsi andare a giudizi,

per esprimere opinioni con leggerezza.

Se mi ha insegnato una cosa la mia esperienza è ad avere rispetto degli altri,

anche del loro silenzio.

Poi quel medico, l’ultimo, che pochi giorni prima di Natale,

dopo aver letto la lista di tutto ciò che avevamo tentato,

mi dice: cazzo, signora.

Un medico giovane.

Ci ha guardati posando il foglio sulla scrivania, quel foglio che chiudeva il cerchio.

Ci ha detto che la natura, a volte vuole così,

che neanche la medicina lo sa spiegare.

Non ha voluto che pagassimo la visita, quel giorno,

ci ha lasciato uscire così,

accompagnandoci verso quella che non era più una porta.

Era un varco sul niente, sulla concretezza del non è possibile.

Quello stesso giorno siamo partiti per andare a passare il Natale a casa dei miei suoceri,

come facciamo ogni anno.

Lì avremmo trovato anche mia cognata,

che stava da loro perché era in attesa di partorire

e aveva bisogno di qualcuno che le tenesse la bimba più grande,

in caso di necessità di correre in ospedale.

Così ho passato quelle giornate, con l’odore di quegli ormoni buoni,

di quella strana atmosfera e intreccio di emozioni.

Ho incrociato le braccia sulla mia pancia vuota,

mentre un’altra attendeva di aprirsi al mondo,

con il suo carico di vita.

Ma la natura, che non si comprende, a volte, sorprende.

Così, un mese dopo essere uscita da quello studio medico,

con quelle parole che non mi lasciavano più,

sono rimasta incinta.

Naturalmente.

Ma non ho creduto a quel test di gravidanza comprato in farmacia.

Nè ho urlato nel leggere i risultati dell’analisi del sangue, il giorno dopo.

Non avevo più voce.


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Architetto, mamma di due bambine, con una grande passione per i libri.

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