Un calcio alla vecchiaia

Oggi in ospedale un simpatico novantenne, ricoverato nella stanza con mio padre, mi ha detto: “tu si na fimmina mascula”. Che, detto da un sostenitore della superiorità maschile, è un grande complimento.È un tipo allegro, che ogni tanto intona canzoni napoletane o racconta barzellette, il più delle volte piuttosto spinte.
E la sua allegria è un calcio alla sofferenza. A questi corridoi angusti. All’aria consumata di queste giornate in ospedale. A questa scatola chiusa in cui rimbalzano lamenti, grida, sospiri.
Che poi la vecchiaia, forse, fa questo. Tira fuori il lato predominante di ogni persona. Per alcuni è la leggerezza, questo fare scanzonato. Per altri la malinconia o la tristezza.
Ma anche chi è una persona positiva, di notte, in queste stanze chiuse, si perde. Non ha più cognizione di sé, del tempo. Inizia a sentirsi minacciato, vede cose che non ci sono. Ne ho visti tanti di anziani dissociati in quest’ultimo mese. Che si strappano di dosso i fili, gli elettrodi, le medicazioni.
Si sentono intrappolati. Con le sbarre al letto, cercano di scappare o di nascondersi. Fuggire da queste macchine che registrano i battiti del cuore.

Perché forse la vita, soprattutto quando è al confine, vorrebbe avere spazio. La libertà di non vedersi misurare il tempo. E di continuare a camminare su una strada di cui non si intravede la fine.



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Autrice del libro "Vento fresco" e mamma di due bambine
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