Quei buchi di solitudine, in cui andare a guardare.

 

La settimana scorsa ho accompagnato mia madre a fare una visita medica,

per testare il suo cuore.

Il dottore non ha voluto che entrassi con lei,

mentre la sottoponeva a una prova da sforzo.

Così, sono rimasta seduta in corridoio, in ospedale.

Al mio fianco c’era l’ingresso al reparto di cardiologia.

 

Ogni tanto, da quelle stanze mi arrivava un lamento,

la voce di una persona anziana, ripetitiva, debole, disperata.

Ho guardato verso l’interno.

Le pareti verdi delle stanze tutte uguali,

i corridoi chiusi dalle controsoffittature bianche,

le luci a neon.

Mi è tornato in mente lo spazio opprimente in cui era ricoverato mio padre.

Quel reparto che solo ad entrarci ti faceva mancare l’aria,

dove la sofferenza si respirava.

 

Un infermiera mi è passata davanti, col suo carico di bende e medicinali.

Le ho chiesto chi fosse a lamentarsi così tanto.

« È un anziano- mi ha detto- capita che si sentono soli e continuano a farlo per ore.»

 

Anche mio padre, quando è rimasto in ospedale per molti giorni,

l’anno scorso, proprio in questo periodo,

ha perso il contatto con la realtà,

si è “dissociato”, come si dice con termini medici.

Vedeva cose e persone che non esistevano.

Solo la nostra presenza, quella delle persone che conosceva,

lo riportavano in sè, lo tranquillizzavano, gli permettevano di riposare.

 

Mi ero ripromessa, prima di andare via da quell’ospedale,

non appena mia madre avesse terminato la visita,

di passare in quel reparto,

di andare a salutare quella persona che non conoscevo,

che aveva lo stesso lamento,

la stessa angoscia di chi si sente perso,

senza nessun legame al quotidiano, alle abitudini, agli affetti.

 

Me me ne sono dimenticata.

 

Mia madre è uscita dallo studio medico

e ci siamo messe a parlare di come era andata.

L’ho aiutata a rimettersi il cappotto,

ci siamo incamminarsi all’uscita a prendere un caffè.

 

Quando me ne sono ricordata, eravamo già in macchina, lontane.

 

E ora, ogni tanto, quel lamento mi torna alla mente.

Perché so, che anche solo per poco, avrei potuto dargli tregua.

Aiutare una persona a distrarsi dalla sua solitudine.

Per portare via il pensiero da quei mostri invisibili,

distogliere lo sguardo dalle pareti spoglie,

dalla luce marmorea sul soffitto,

dal suono intermittente dei macchinari a cui era legato.

 

Allora, mi sono fatta una promessa.

 

Ho capito che ci sono opportunità che si presentano in momenti inaspettati,

nelle pieghe del tempo e della vita.

Occasioni per aiutare gli altri e noi stessi.

 

Il disagio, la sofferenza, la solitudine,

ce li troviamo accanto per caso.

E non possiamo dimenticarcene.

Perché in quei buchi di solitudine,

noi possiamo infilarci un sorriso, un saluto.

 

Qualcosa, che per un poco, allontani il buio.

 

Non posso più farlo con mio padre.

Non posso rompere il suo buio,

che è per sempre.

 

Ma posso ancora incrociare il suo sguardo in qualcuno.

Regalando il mio tempo

a chi non sa dove guardare.

 


Un libro sulla fragilità dell’essere umano

di fronte al tema della procreazione.

La storia di due donne, a cui la maternità viene negata,

per motivi differenti.

L’attesa di un diritto naturale

e di quel “vento fresco” che, ogni tanto,

arriva a dare speranza.

 


 

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Autrice del libro "Vento fresco" e mamma di due bambine
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