Le case d’infanzia ci rimangono nel cuore.

 

Le case infanzia ci rimangano sempre nel cuore. E la mia era una casa molto particolare.

Un ex convento, dedicato a Sant’Anna.

Dopo essere stato abbandonato dalle suore, per decenni è rimasto disabitato, perché su di esso giravano strane storie di fantasmi.

A quanto pare, una vecchia suora defunta, ogni notte, si affacciava dal piccolo balcone sul portone d’ingresso, incutendo paura ai passanti.

 

Poi mio padre, che allora temeva poche cose, figuriamoci i fantasmi, l’ha preso in affitto dalla curia.

Era un edificio vecchio già allora, con delle enormi stanze passanti, alte quasi quattro metri e ognuna con grandi aperture verso valle, dove il sentiero scendeva verso il fiume.

Il pavimento era sconnesso dappertutto, gli infissi consumati ed in alcune stanze praticamente inesistenti.

 

Ma le sue dimensioni rendevano quel fabbricato un ottimo posto in cui organizzare eventi, tanto che spesso ce lo chiedevano in prestito, per lo più per i matrimoni, quelle meravigliose feste contadine, dove si mangiava pane fatto in casa e il prosciutto messo da parte per l’occasione e dove bastava la musica di un organetto e tanto vino per divertirsi.

 

E proprio un matrimonio c’era stato, in quelle stanze religiose, il giorno in cui sono nata.

I primi dolori a mia madre erano arrivati durante i festeggiamenti, per farsi intensi di notte, fino al mattino presto, quando le doglie erano diventate insopportabili.

Mio padre era corso nel paese vicino a prendere una delle mie zie, che di bimbi già ne aveva avuti tre, ma non erano tornati abbastanza in fretta, perché intanto io, con l’aiuto della fortuna e della vecchia ostetrica del paese, ero nata.

 

Mio fratello, che aveva assistito a tutto il trambusto di quell’arrivo improvviso, non aveva preso la cosa molto bene, visto che subito dopo voleva buttarmi dal balcone.

 

Ho aperto gli occhi su quelle stanze di solitudine e di preghiera, che mal si associavano con le bestemmie frequenti di mio padre.

Ma presto mi sarei abituata anche a questo, come a tutto il resto.

Anzi, quella casa che ad altri sembrava vecchia e spaventosa per me era un castello pieno di meraviglie.

 

Nella stanza più piccola e appartata, c’era un altare, che era diventato la credenza per pentole e stoviglie di mia madre.

Era uno spazio poco illuminato, con una piccolissima finestra, o meglio un buco che si apriva sulla parete da cui filtrava la luce, che lasciava intravedere disegni e stucchi che ancora ricordo bene.

La luce elettrica della sera, invece, era troppo fioca per quell’ambiente, che, per quanto piccolo, si riempiva di ombre, per questo forse non ci entravo mai volentieri.

Avevo paura del buio, come la maggior parte dei bambini. Ma la paura mi distraeva da altro.

 

La mia non è mai stata una famiglia serena, sin dall’inizio, ed i conflitti ce li siamo portati dietro, negli anni, sommati di nuovo vigore.

 

I bambini, però, trovano sempre il modo di difendersi.

Soprattutto da ciò che è più grande di loro e difficile da gestire.

Ed io sono convinta che se davvero c’erano dei fantasmi, quelle suore, erano dei fantasmi buoni, che mi hanno distratto con la paura, dalle grida e le discussioni continue che non volevo sentire, portandomi altrove, in un mondo di suoni e voci misteriose.

 

La mia stanza era enorme e comunicava, attraverso una piccola porta grigia, piena di buchi, direttamente col soffitto, attraverso una scaletta in legno.

Non ho mai aperto quella porta e la sera, per addormentarmi, evitavo sempre di guardarla.

Ma mi arrivavano comunque i rumori più strani, che spesso mi tenevano sveglia fino a tardi.

Allora, mi facevo piccola piccola, portavo le coperte fino a sotto gli occhi, e trattenevo il più possibile il respiro.

La paura mi faceva serrare le labbra. Non riuscivo a chiamare mia madre ad alta voce e neanche attraverso un bisbiglio, perché temevo che qualcosa o qualcuno potesse accorgersi di me.

 

Anche il mio piccolo orsetto marrone, un regalo della mia zia torinese, se ne stava immobile sotto la mia spalla, tanto che col tempo, aveva assunto un aspetto strano, con un solo lato consumato e schiacciato.

 

La maggior parte di quei rumori provenivano dagli animali che in soffitto, entrando dalle bucature del tetto, si erano costruiti il nido. Soprattutto barbagianni.

Ne avevo visto uno una volta, su un muretto ai lati della strada, mentre tornavamo in macchina la sera, di un bianco candido, con enormi occhi luccicanti e trasparenti.

 

Quando poi c’era un temporale, nella nostra casa il rumore della pioggia assumeva un suono amplificato dai teli di plastica e le lamiere ondulate, che sistemati sotto alle tegole rotte, dovevano impedire all’acqua di filtrare all’interno.

Ma, nonostante questo, erano tanti i punti da cui il tetto gocciolava.

Il vento, invece, si insinuava da tutte le aperture, fischiando, come all’interno di una girandola di bufere.

Nelle stanze in cui mancavano gli infissi, la pioggia entrava creando grandi pozzanghere, che per me, diventavano luogo di giochi interminabili.

 

Al primo piano, poi, c’era un’altra stanza particolare, dove teoricamente non sarei dovuta entrare. Era colma di documenti, accumulati a formare grosse montagne che, in alcuni punti, arrivavano fino al soffitto.

Non c’era neanche lo spazio per passare, se non arrampicandosi e scivolando su quei grossi cumuli di carta.

Negli anni precedenti alla mia nascita, l’edificio attiguo al nostro era stata sede del municipio. Quando poi gli uffici erano stati trasferiti altrove, in quella stanza vuota avevano depositato tutti i vecchi documenti, fra cui tante carte d’identità, che mi divertivo a guardare, alla ricerca di qualcuno che conoscevo. Ma erano tutte facce strane e nomi che non sapevo ancora leggere.

 

Il pavimento della camera da letto dei miei genitori non aveva le mattonelle, ma enormi tavoloni in legno consumato, che scricchiolavano ad ogni passaggio.

Questo mi ha reso sempre difficile le fughe pomeridiane dal lettone, dove ero costretta a riposare, perché nel pomeriggio a casa mia, vuoi o non vuoi dovevano dormire tutti.

Mio padre si alzava alle tre ogni mattino per andare a lavorare e a quell’ora pretendeva silenzio assoluto.

 

Quando ci riuscivo, me ne andavo nel mio posto preferito, nel piccolo cortile lastricato in pietra, all’ingresso, con una scalinata laterale che portava al secondo piano, quello del fantasma.

Era bellissimo giocare con le felci che crescevano sui gradini in pietra, o coi cespugli di rose rampicanti che mia madre piantava e mio padre estirpava.

C’era un mondo pieno di storia in quelle mura e nelle aiuole, che si riempivano di gatti e fiori. Un mondo da studiare e da costruire, coi sassi e la terra e le foglie colorate.

 

Spesso i turisti si fermavano a fare foto e questo mi faceva sentire importante, perché pensavo che la nostra era una casa diversa dalle altre.

 

Allora non potevo immaginarlo, ma quella casa sarebbe diventata, in seguito, un museo.

Dopo essere stati sfrattati dalla curia, con la mia famiglia ci siamo trasferiti, ai limiti del centro abitato, dove nessuno poteva sentire le grida della mia famiglia, con mio grande sollievo.

E la mia infanzia l’ho lasciata lì, tra quei fantasmi e quelle pietre.

 

Il comune ha acquistato il fabbricato e ne ha fatto la sede del museo della civiltà contadina.

Il piccolo altare è stato restaurato e niente rimane di quelle mattonelle sconnesse, dei nidi, del fischi del vento.

Ma quando ci torno, sento ancora nell’aria qualcosa che mi riporta a quand’ero bambina, ed è una presenza pesante nel cuore e nei polmoni.

 

Quella energia che si nasconde nel nei bambini, che li fa crescere e desiderare e amare oltre ogni cosa presente.

 

La forza della vita che si fa strada, attraverso la fantasia e l’immaginazione.

 

 


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Architetto, illustratrice, mamma di due bambine

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