L’arte di essere un buon maestro

Il mio primo maestro è stato un vecchio contadino.

 

Una di quelle persone meravigliose e insolite, che si distinguono già nell’aspetto da tutti gli altri e per il valore che danno al tempo.

 

Si perché lui, ogni giorno, quando lo raggiungevo nell’orto che aveva accanto alla nostra casa, si sedeva su una grossa pietra levigata, sempre la stessa, all’ombra di un grande albero di noce, e raccontava.

 

E per me era già questo una cosa insolita. Il fatto che una persona adulta, stesse lì, solo per me, senza pesare il tempo, senza ricavarlo da altro, senza fretta.

 

A spiegare e divagare su ogni cosa.

Aveva sempre un enorme cappello di paglia, tanto che ricordo solo metà del suo viso, perché l’altra era perennemente in ombra. Il taglio della bocca, incline ai sorrisi e la faccia tonda.

 

È stato il primo a parlarmi della tavola pitagorica. Me lo ha chiesto così, all’improvviso, <tu la conosci la “Tavooola Pitagorica?>. Con un tono che mi ha lasciato di stucco. E a me è sembrato qualcosa di misterioso, con questo nome strano, che non mi sembrava appartenere né al nostro dialetto, né alla lingua italiana. Allora sono rimasta in silenzio, per un lungo attimo in cerca di risposte e poi, quando mi ha spiegato di che cosa si trattava, mi sono tranquillizzata, erano solo le tabelline, mi ero detta!

 

E lui, da allora, ogni giorno mi interrogava, e me le faceva ripetere.

 

Si chiamava Demetrio Perazzo e parlava sempre in italiano e anche questo, nel nostro paese era piuttosto insolito.

 

Aveva una piccola stalla, posta al pian terreno della nostra casa, dove teneva una mucca. Una grande mucca bianca e nera. Ricordo i versi strani che faceva mentre la osservavo mangiare l’erba nella mangiatoia e lui che mi spiegava che quello si chiamava “ruminare”. E mi ha fatto un po’ schifo la descrizione nei dettagli di quel ruminare.

 

Qualche volta mi ha permesso di osservarlo mentre la mungeva. Si sedeva accanto a quelle enormi tette rosa e le spremeva con un ritmo costante che faceva arrivare il latte nel secchio attraverso grossi spruzzi alternati.

 

Quel latte, lo raccoglieva in un grosso contenitore di alluminio, ogni mattina presto.

 

E ogni mattina, prima che andavo a scuola, Demetrio passava davanti casa e ne riempiva una bottiglia a mia madre. Lei lo faceva bollire e ci preparava la colazione. La prima cosa che facevamo, coi miei fratelli, era togliere la patina bianca, di grasso, che si formava dopo la bollitura. Poi lo riempivamo di grosse freselle di pane, spezzettate coi pugni.

 

Ricordo una notte in cui i miei genitori si erano alzati all’improvviso. Dalla stalla al piano terra arrivavano grossi rumori che rimbombavano sulle murature, come calci. La mucca stava per partorire. Mio padre, allora, si era precipitato a chiamare Demetrio, che l’aveva aiutata, quando si temeva il peggio, per lei e per il piccolo vitello. Di quest’ultimo ricordo poco, solo un immagine mentre beveva lo stesso latte che mi aveva nutrita, attaccato alla mamma. Immagino che sia rimasto poco in quella stalla.

 

Il vecchio albero di noce ora non c’è più. Al suo posto c’è una pizzeria.

Non c’è l’orto e la stalla.

Il  muretto in pietra che delimitava l’orto e che da bambini scavalcavamo, attraverso una vecchia macina in  pietra di un mulino, che vi era stata appoggiata a mò di scala, è stato demolito.

 

Rimane solo il sentiero, col suo selciato in pietra, che costeggiava il terreno di Demetrio.

 

E rimane lui, nel ricordo, come una persona speciale.

Che mi ha insegnato tante cose e che, con il suo modo di fare, gentile e pacato, mi ha mostrato l’arte di essere un buon maestro.

 

Perché lui sapeva fare questo più di ogni cosa, donare agli altri ciò che sapeva, in modo gratuito e appassionato, prendendosi tutto il tempo che occorreva.

 


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