Quando l’anima di una persona cara ritorna. Attraverso una voce bambina.

Le persone che se ne sono andate, a volte, riprendono a parlarci.

Attraverso canali inaspettati ritornano, si aprono una strada per venirci incontro,

ritrovare i sorrisi, le voci familiari.

 

Ieri sera la mia bambina, all’improvviso, mi ha chiesto di suo zio.

Uno zio che non ha mai conosciuto. Di cui non ha sentito parlare.

Se n’è andato troppo presto, portato via da una malattia improvvisa.

Da molti anni, ormai, molto prima che lei nascesse.

Mi ha chiesto se lo conoscevo.

In una serata come tante, appena tornate da un saggio di ballo,

distesa sul divano e già quasi abbandonata al sonno.

 

E allora gli ho parlato di lui, che amava il mare, di come mi ha insegnato a nuotare,

di quando mi preparava il gin e coca, delle sue risate,

delle serate passate insieme a chiacchierare,

a mangiare l’impepata di cozze che lui adorava,

del suo orecchino dorato, della sua allegria che riempiva il cuore.

 

Ed è stato come riportarlo un po’ tra noi,

nella nostra famiglia cambiata, che ora si è arricchita di voci di bambini,

tra i nostri vecchi,

le nuove case, le rughe che si sono formate.

 

Maria continuava a chiedermi “davvero lo conoscevi?”

E sorrideva quando glielo descrivevo,

perché sentiva che era una parte di noi e di lei,

che se n’è andata via.

 

E allora, ho pensato, forse le persone care ritornano così,

attraverso le voci dei bambini.

Nelle loro richieste, nella curiosità,

che gli apre una nuova fenditura sul mondo da cui guardare,

per riprendere il contatto con gli affetti lontani.

 

Perché se è vero che l’amore è fatto di piccole vibrazioni,

probabilmente ha la stessa consistenza anche l’anima di una persona cara.

Che ritorna attraverso una voce bambina.

Perchè i bambini viaggiano su onde leggere, istintive e aperte a cogliere ogni cosa,

anche quelle inspiegabili e difficili da immaginare.

 

Ripenso a Nicola spesso, ogni volta che guardo il mare,

quella distesa in cui si perdeva, da esperto nuotatore.

A volte lo ritrovo nel sapore dolce e forte di un cocktail, che mi scende nella gola,

in quell’ebrezza scoperta da adolescente, quando avevo bisogno di persone come lui,

che mi canzonava con affetto ed allegria.

Di qualcuno che mi aiutasse a guardare verso un mondo che a volte mi spaventava,

perché non ero più bambina, ma neanche tanto grande da farcela da sola.

 

E ho ripensato a lui chiacchierando con mia figlia, che lo ha cercato nel passato,

riportandolo sul nostro divano.

Ci si è seduta accanto, come fa con le persone care, che sente familiari.

Se lo è lasciato descrivere e lo ha guardato, ancora giovane.

Ha ascoltato le sue risate e lo ha visto  sulla spiaggia, che mi prendeva in braccio,

mentre giocavamo a racchette sulla riva.

 

Lo ha fatto di nuovo sorridere, parlare, ridandogli un soffio di vita.

E quel ricordo è fermo ancora qui, in gola, come un sussulto trattenuto.

Come un mi manchi, detto a chi già sta guardando lontano.

 

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Architetto, illustratrice, mamma di due bambine

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