Gravidanza, parto e allattamento. Diventare più sicure affidandosi alla natura.

Durante la gravidanza e immediatamente dopo il parto le mamme sono bombardate da una serie di consigli che arrivano da ogni dove.

Ci siamo passate tutte.

Quello che fa le differenza è come ci trova quella marea di suggerimenti, raccomandazioni, qualche volta rimproveri.

 

Tutto avviene nel periodo in cui una donna è più fragile, insicura, vulnerabile. Quando andiamo incontro ad un’esperienza difficile da immaginare, il parto e immediatamente dopo, quando ci troviamo di fronte un piccolo che dipende da noi, dalle nostre premure ed ogni suo pianto è un segnale di allarme, pronto a riaccendere le nostre ansie, la paura di non fare la cosa giusta.

 

Me la sono cavata. Anche se ho avuto i miei momenti di stanchezza, di sconforto.

Ma ho potuto farlo grazie al sostegno non di parenti e amici, ma di persone qualificate, che mi hanno chiarito di volta in volta ogni dubbio e soprattutto mi hanno resa sicura rispetto a certe scelte.

Negli ultimi decenni la medicalizzazione della gravidanza e del parto è diventata una consuetudine, accompagnata spesso da una vasta gamma di informazioni che mirano alla speculazione economica.

 

Io ho avuto la fortuna di incontrare, durante il mio percorso, molte persone qualificate, che mi hanno invitato ad affidarmi alla natura e a guardare a lei per chiarirmi quasi ogni dubbio.

Quelle persone sono state i medici del corso pre-parto.

Una cosa che rifarei senza ogni dubbio. La pediatra, l’ostetrica, la ginecologa, tutto il personale ha rappresentato per me un validissimo aiuto, soprattutto perché ho condiviso quest’esperienza con mio marito.

 

Intanto il corso è stato fondamentale per affrontare il parto.

L’ostetrica mi ha insegnato a prendere contatto con il mio corpo, a isolarmi dal resto, a seguire la natura, assumendo le posizioni e facendo ciò che il mio corpo nel momento delle doglie chiedeva.

Ho imparato a concentrarmi sul mio respiro, per alleviare il dolore e non irrigidirmi durante le contrazioni.

Mio marito, più lucido di me, durante il travaglio, ha saputo rimanere in silenzio, stringermi la mano.

Ha saputo infilare un braccio sotto la mia schiena, senza che lo chiedessi, dandomi attimi di sollievo e consentendomi di spingere meglio durante le contrazioni.

Lo ha fatto perché aveva ascoltato, perché con me si era lasciato guidare dalle parole di un’ostetrica giovane e brava, che aveva coinvolto lui, prima di me, nella sua bellissima lezione sul parto.

 

E poi è stato fondamentale per l’allattamento.

La pediatra mi ha fatto una sola, insistente raccomandazione:

<Se in ospedale, come spesso accade, dovessero dirti che non hai latte, tu non ascoltare, prendi il tuo piccolo tra le braccia e offrigli di continuo il seno. Il latte arriverà, coi tempi che detta la natura. A un bambino appena nato, nei primi giorni di vita, bastano poche gocce di colostro, per avere il nutrimento migliore, per acquistare forza, acquisire anticorpi, rinforzare le proprie difese, liberarsi dai muchi che ha respirato durante il parto. Il latte arriva solo con la suzione del bambino, con la sua vicinanza, l’odore. È un fatto naturale.>

 

Quando Maria è nata non si è attaccata immediatamente al seno.

Era piccola, nata un poco prima del tempo.

Mi sembrava un’impresa impossibile allattarla.

La mia vicina di letto, che come me, aveva appena partorito, aveva una bimba che beveva tranquillamente e con voracità. Succhiava e subito si raddormentava.

 

Maria all’inizio riusciva solo a leccare il capezzolo.

Si stancava subito e si addormentava. Voleva starmi vicino e ogni volta che provavo a poggiarla nella culla lei iniziava a piagnucolare.

Rimaneva buona solo tra le mie braccia.

 

Vedevo le gocce di colostro sul seno, lo spremevo e gliele passavo sulle labbra.

 

Il secondo giorno, l’infermiera che lavorava al nido, mi ha detto di rinunciare, mi ha attaccato a un tiralatte elettrico e dopo avermi spremuto circa 20 ml di colostro, mi ha detto <come vuoi allattare tu con questo latte, non vedi che più di tanto non ne fai? Gli diamo la bottiglietta.>

Mi sono rifiutata, anche se ero stanca, senza sonno e spaventata.

Mi hanno perfino chiesto di firmare un foglio in cui liberavo l’ospedale da ogni responsabilità se mia figlia fosse stata male.

 

L’ho tenuta accanto, tutta la notte, attaccata al capezzolo che prendeva solo per poco, era piccola, si stancava.

Ma piano piano ha iniziato a succhiare.

Il latte è sceso gradualmente.

C’è voluta tanta pazienza e forza di volontà per non mollare.

E anche tanta fatica.

Ma non avrei mai immaginato quanto l’allattamento mi avrebbe dato.

 

Ho allattato mia figlia per due anni e mezzo, fino a quando sono rimasta incinta di Anna.

E questo perché non avevo latte.

Non vi nascondo che i primi tempi ero costretta a tenerla attaccata di continuo, che passavo giornate sul divano ad allattarla.

Mi sono presa il mio tempo, il nostro tempo. Cosa che dovrebbe essere consentito a ogni donna che ha intenzione di farlo.

In questo consiste l’aiuto.

 

Per Anna è stato molto più semplice. Il mio seno era già pronto ad allattare e appena nata si è attaccata con una tale voracità al seno da farmi male.

 

Durante tutto il periodo dell’allattamento, entrambe, si sono ammalate pochissimo.

Ma soprattutto abbiamo costruito un rapporto unico e insostituibile.

Ci siamo nutrite a vicenda.

Io gli davo il latte, il respiro, le parole, le carezze, il mio sonno.

Loro mi hanno nutrito corpo e anima. Sono cambiata e cresciuta insieme a loro. E per fortuna, non solo in chili!

 

Certo non sono mancati i consigli ripetuti, come: <oramai il tuo latte è acqua, che glielo dai a fare?>

Addirittura un pediatra (che non mi ha più rivista da allora), quando Maria aveva sei mesi, mi ha consigliato di fasciarmi il seno e fare andare via il latte, perchè continuare ad allattarla l’avrebbe “rammollita”. Ha usato proprio questo termine. Ed era un pediatra.

 

Sono felice delle scelte che ho fatto, le ripeterei mille volte.

Offrire il seno alle mie bambine, ogni volta che lo chiedevano, è stato offrire me stessa, senza limitazioni,

dargli un nido, un rifugio, la consolazione,

farle abituare al mondo attraverso di me.

 

Ogni tanto, adesso, poggiano la loro testina sul seno, mentre gli racconto di come ciucciavano da piccole,

di come mi chiedevano il latte, ognuna in modo diverso,

di quanto era infinito il nostro abbraccio bagnato di latte.


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Architetto, illustratrice, mamma di due bambine

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