È il fiume dei bambini, il Bussento.

Li guida in un territorio che vedono per la prima volta, li incanta con la sua forza,

Gli mostra la bellezza ed il pericolo, la potenza e la fragilità.

È un fiume piccolo, diverso dagli altri.

Nasce alle falde del più alto monte del Cilento, il Cervati, attraversa per diversi chilometri un territorio difficile, isolato,

prende energia e luce e poi, all’improvviso, scompare.

Si inabissa per circa cinque chilometri, in un percorso sotterraneo e per lo più sconosciuto e poi riemerge in una piccola e meravigliosa grotta a valle dell’abitato di Morigerati. La Grotta della Risorgenza.

Una grotta carsica, alta e stretta, dove la luce entra a fatica, filtrata.

Qui il fiume sembra aver acquistato nuova  potenza, vigore nelle acque scure.

Riempie l’intero bacino,  prima di riversarsi all’esterno, dove il percorso è caratterizzato da un susseguirsi di scorci naturalistici unici, di piccoli laghi cristallini e salti di quota che creano incantevoli cascate.

È anche il mio fiume.

Che mi ha visto crescere e che ancora oggi mi chiama.

Ripercorro insieme alle mie figlie il sentiero che dal centro abitato porta verso la vallata.

E’ una mulattiera in pietra, levigata dai passi degli uomini e degli animali che ci hanno preceduto.

Ho sempre la sensazione di scendere in un luogo protetto, dove si perde il senso del tempo e forse è così.

Qui tutto è immobile, invariato, ogni volta che ci ritorno.

Uguale a se stesso, senza contaminazioni.

La voce del fiume, con la potenza dell’acqua che modella le sponde, il fruscio degli alberi, coprono ogni suono estraneo e come da bambina, mi ritrovo a osservare le rocce che emergono dal selciato in pietra.

Un mosaico di colori che vanno dal bianco al grigio, dall’arancione al rosa antico o ancora le piccole margherite viola che portano il mio nome “Felicia”, i ciclamini che crescono all’ombra della macchia, i trifogli con i cuori bordeaux stampati sulle foglie.

Le mie bimbe si arrampicano, saltano sulle rocce come stambecchi, ci scivolano come al parco giochi.

Sono felici ed eccitate.

Poi, arrivate a valle, spalancano gli occhi, lo osservano, il fiume maestoso, che divide le montagne.

Neanche parlano per come ne sono catturate.

Rimangono qui, immobili, attaccate alla staccionata, con le bocche spalancate, affascinate.

Le invito a fermarci di fronte alla cascata che affianca un antico mulino ad acqua, dove un tempo si macinava il grano. Sulla sponda del fiume, dove le donne di una volta coltivavano il lino e ne facevano tessuti preziosi.

Si mettono sedute, osservano l’acqua cadere, scivolare sulle rocce, scuotere la vegetazione.

Mangiamo dei panini vuoti, infilati poco prima di uscire, nello zaino.

Il fiume mette fame. Beviamo dalla stessa bottiglietta, assetate.

Qui ci sono le mie radici,

i passi di mia madre che mi facevano strada, gli alberi di ulivo su cui mi arrampicavo,

le piccole felci col dorso pieno di spore che adornavano i miei mazzetti di fiori,

la lattuga selvatica raccolta nell’acqua del fiume e portata a casa per preparare l’insalata,

le ortiche che mi hanno arrossato le dita, i girini che si muovevano vorticosamente nelle pozze d’acqua,

l’inconfondibile profumo del lentisco e del mirto.

I miei ricordi, quelli più lontani, scorrono su questo fiume.

È per questo che ci ho portato le mie figlie.

Qui non ci divide il tempo, sono anch’io bambina.

Ed il fiume è il nostro maestro, ci fa da guida.

Lui che rappresenta la vita, con le sue oasi di serenità, i tratti in discesa, le risalite, le cadute, anche quelle grandi, che ti portano giù in profondità,

lontano da ogni equilibrio conosciuto,

che ti fanno perdere la direzione, e poi si riemerge più forti di prima.


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Architetto, mamma di due bambine, con una grande passione per i libri.