A mio padre

So che stai camminando in un bosco di cerri e ontani, ora.

Anche se piove, da giorni, senza tregua.

Ti fai strada con le mani forti,

che spostano cespugli e rami.

E i passi non sono più incerti.

Il tuo cuore è tornato forte,

come prima.

 

Guardi nel sottobosco, che sa già di primavera,

e riconosci ogni fischio o verso di animale.

 

Hai l’animo pulito e non hai più paura.

Di nulla, neanche della morte,

che ti ha inseguito.

L’hai fatta attendere.

Quanto basta, per chiedere perdono.

Solo per vederci accanto alle tue mani.

 

Hai combattuto,

come un gigante solo.

E anche se non avevi più voce,

ne forze per alzare un dito,

per giorni, hai dato respiro al tuo cuore sfiancato,

che nessuno più sentiva,

solo per ritrovarci,

raccogliere carezze ad occhi chiusi.

 

Te ne sai andato in un giorno di vento e neve.

Che sembra ancora un sogno,

una delle tue tante battaglie, da cui ti sei salvato.

 

La tua mancanza è profonda e vuota,

come un dirupo,

un pozzo in cui c’è l’eco della tua voce.

Ci manca quello che hai dato, e quello che non hai saputo dare.

A noi, che più di te, non ci siamo riusciti.

 

Nessuno di noi ti ha ritrovato in quel cimitero.

Sei nelle strade, nell’orto, all’ombra di un albero di ulivo.

Ovunque c’è un ricordo buono.

 

Hai fatto pace con tutti, ora.

Anche con te.

E non nascondi più i ti voglio bene.

Non c’è vergogna,

né carezze da evitare.

 

Sei tornato a capo tavola e mentre prendi un bicchiere di vino,

finalmente sai che hai tanto a cui brindare.

 


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Architetto, illustratrice, mamma di due bambine

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