Le case d’infanzia ci rimangono nel cuore.

 

Le case infanzia ci rimangano sempre nel cuore. E la mia era una casa molto particolare.

Un ex convento, dedicato a Sant’Anna.

Dopo essere stato abbandonato dalle suore, per decenni è rimasto disabitato, perché su di esso giravano strane storie di fantasmi.

A quanto pare, una vecchia suora defunta, ogni notte, si affacciava dal piccolo balcone sul portone d’ingresso, incutendo paura ai passanti.

 

Poi mio padre, che allora temeva poche cose, figuriamoci i fantasmi, l’ha preso in affitto dalla curia.

Era un edificio vecchio già allora, con delle enormi stanze passanti, alte quasi quattro metri e ognuna con grandi aperture verso valle, dove il sentiero scendeva verso il fiume.

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Ogni tanto fa bene. Dirsi, che in fondo, va bene così.

Io non mi perdono mai.

Da quando ero piccola.

Analizzo mille volte tutto ciò che faccio e mi giudico, di continuo.

Ed è estenuante. Forse, non solo per me.

Perché ora, a volte, rivedo tutto questo anche in mia figlia, la più grande.

Insegniamo ciò che siamo.

È stato questo che mi ha fatto fermare. È stato come prendere una scossa.

Guardarmi dal di fuori.

Ho preso la mia mano. La mano di quella bambina severa che mi precede.

E mi sono detta che in fondo, va bene così.

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E poi ci sei tu. Che sei arrivata dopo.

 

E poi ci sei tu.

Che sei arrivata dopo.

E hai trovato ad accoglierti un’altra voce di bambina.

Che ti ha guardata come a un regalo,

una piccola bambola  a cui tirare le orecchie,

per vedere se eri vera.

 

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I figli non ci vogliono fragili

C’è una stanchezza
Che sfianca
E non è quella che nasce da ciò che si fa
Dal ritmo incessante delle cose.

 

È un sottofondo di inquietudine
Che precede i gesti e il pensiero.
Un movimento che affatica l’anima
Come un ronzio incessante
Che non da tregua.

 

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